Scriviamo questa bio!
Sarà difficile, non sono uno scrittore e credo che sarà molto difficile unire il dinamico motociclismo e la sedentaria informatica, la luce del sole nella visiera e la luce catodica dello schermo negli occhi: sono l’opposto!
Mi chiamo Samuel, nato a Senigallia, classe ’88, cresciuto in un paesino di 1500 anime, troppo stretto per me.
Nasce per prima la passione per le due ruote: sin da piccolo, a bordo di bicicliettine, fuggivo in avventure rocambolesche. Ripercorrevo la strada del pulmino che mi portavo a scuola imboccando quelle stradine laterali che nessuno percorreva mai e che a me suscitavano tanta curiosità.Ogni mattina mentre mi portava a scuola mi domancavo cosa si fosse in quella stradina a destra che il pulmino non prendeva mai.
Anche la passione per i giochi su consolle, come l’Amiga all’inizio e l’informatica successivamente, era già scritta.Andavo a trovare i miei compagni di scuola, ma se c’era da giocare a pallone o da decidere che gioco fare, chiedevo sempre di giocare con il P.C. o il Sega Mega Drive.
A dieci anni circa volevo imparare a suonare il sassofono.I miei genitori, entusiasti, mi iscrissero a scuola di musica. Passa un anno di noiosi solfeggi, finché non traslocarono la biblioteca comunale di fianco alla scuola di musica che frequentavo. Da lì a scoprire che c’era la possibilità di utilizzare un P.C. di libero accesso con connessione a 56K è un attivo! Mi iscrissi in biblioteca: inizialmente prendendo dei libri da leggere ( io che i libri scolastici non volevo nemmeno vederli da lontano!) e alla riconsegna dicevo sempre:« bello ma troppo difficile per me».Dopo poco tempo la ragazza che gestiva la biblioteca entrò in confidenza con questo giovane “lettore” e da lì prendere il possesso del computer fu semplice per me!Ricordo ancora quanto mi rendevano felice le scritte con Word 95, WordArt precisamente, o il primo sito che sono andato a vedere, quello dell’Aprilia.
Poco dopo, smisi la scuola di musica la biblioteca ampliò il parco dei pc e io diventai una sorta di assistente informatico privato del nuovo bibliotecario, per la facilità con cuiimparavo ad utilizzare il computer. Successivamente, su consiglio del bibliotecario, i miei mi iscrissero ad un costo per la ECDL.
Il professore del corso mi diede un gioco in un floppy e mi disse:« tu gioca, ne sai più di me».
A circa dodici anni arrivò in casa il primo computer.Ricordo benissimo quel giorno: un amico di famiglia passò a casa perché era di ritorno da una fiera di elettronica e computer, mio padre, incuriosito dalle parole di questa persona, mi chiamò e, saliti in macchina andammo a questa fiera, tornando a casacon un computer orizzontale color latte sporco con il tasto Turbo e con windows 3.1!ero felice al settimo cielo, finché poco dopo capii che era limitato.
Il natale successivo fu magico! Trovai sotto l’albero un Compaq, non mi ricordo il modello ma aveva Windows 98, wow! Il mio primo computer serio!!
Segnatevi questa frase: «ho avuto sempre grandissimi problemi ad installare la stampante»! Il resto era molto semplice, una sorta di domanda e risposta.Volevo capire come funzionava il gioco, cercavo informazioni sul C++.
Volevo capire cosa c’era dentro un sito, e cercavo informazioni in merito. Quando la risposta non c’era tornavo in biblioteca dove prendevo dei vecchi libri sulla programmazione.
A quattordici anni avevo le basi per creare un sito in html, un gioco in c++ o un semplice programma di archiviazione in VB6.
Ma parliamo di questi  quattordici anni e del il motorino. Ddobbiamo fare dei passi indietro perché ho parlato solo di informatica.Ho avuto la fortuna di avere un grande appezzamento di terreno dove scorrazzavo prima con un Piaggio Ciao, poi con una Vespa 50Special. Per poco tempo però, perché non diedi retta ai saggi limiti della proprietà privata imposti da mio padre e mi schiantai sulla macchina di un professore. Lì capii le leggi della fisica motociclistica: la Vespa ha il motore spostato in un lato, quindi in base alla curva piega diversamente…
Naturalmente mi giocai i soldini donati della cresima per riparare i danni a quell’auto e non vidi più quella bellissima Vespetta Rossa 50 Special .
Dai quattordici ai sedici anni, un buco nero di ormoni e bravate! A sedici anni lasciai la scuola superiore perché volevo fare il grafico pubblicitario; su indicazione dei professori delle medie mi iscrisseroal professionale, il che non mi addiceva molto, certo! Utilizzare il tornio era fantastico e in quello ero bravissimo, ma se ci fosse stato un computer sarebbe stato meglio.Quindi iniziò un periodo di ribellione contro i miei genitori, finché in estate non andai a lavorare in una pizzeria. Lavorare mi piaceva ma fare l’aiuto pizzaiolo non mi rendeva soddisfatto.
Cambiai lavoro, entrai in una fabbrica di biciclette, la paga era buona e mi permise di comprare la mia prima moto, un Aprilia Tuono 125, un due tempi che con poche modifiche arrivava a velocità assurde!
Con lei feci i primi viaggi nelle regioni e ogni volta che tornavo a casa mi domandavo se potevo spingermi oltre.
Anche questo lavoro non mi regalava voglia di fare, quindi mi iscrissi ad una scuola serale e recuperai gli anni persi mettendomi alla pari (ma a che età hai lasciato il professionale? magari specificalo prima), tra una lezione e l’altra alle 21:00 di sera c’era la “pausa merenda”, erano tutte persone più grandi di me che parlavano di problemi da adulti e io mi allontanavo da loro, andavo nell’altra ala del corridoio dove c’era l’istituto tecnico che però alla sera era chiuso e mi mettevo a leggere gli avvisi.

Assemblee, Riunioni, Scioperi, Voti, le solite cose finché non appesero quello del corso di AutoCAD e AutoCAD 3D: cavolo che bello! Mi resi conto che sarei riuscito ad incastrare tutto! Lavoro, Scuola e Corso! Così mi iscrissi.
In poco tempo recuperai gli anni persi nello studio, presi il diploma in Programmazione, presi la certificazione di disegnatore autoCAD e autoCAD 3D e aggiornai la ECDL, questo mi permise di piantare le basi per la mia carriera lavorativa.
Cambiai lavoro, entrai in un ufficio tecnico di un azienda d’idraulica, ma non durò molto: mi piaceva disegnare al CAD ma anche lì mi sentivo limitato.
Cominciai a mandare il mio CV in tutta Italia, ma eravamo all’inizio del 2008 e c’era il sentore nell’aria della crisi.

Mi trasferii a  Milano a lavorare per un azienda esterna come consulente in un CED di una società che gestiva applicativi pubblici.
Finalmente ero atterrato nel mio settore: server, applicativi, dati, software.  Stupendo!!
Ma poco dopo non ero comunque più soddisfatto, lasciai quel posto e mi buttai in  un progetto di un e-commerce, diventai socio e iniziammo.
Durò solo due anni, le cose andavano bene ma l’impegno era veramente tanto,con poche soddisfazioni economiche, e nel frattempo era nata anche mia figlia.
Tornai insieme a mia figlia a casa, nelle Marche.
Cominciai a fare dei lavori di vendita porta a porta, la paga era esagerata ma non ero soddisfatto e cominciai nuovamente a mandare CV in giro finché un’azienda della provincia di Milano mi contattò.
Dall’oggi al domani andai su, firmai il contratto ed iniziai.
Il lavoro consisteva nell’assistere dei clienti nella mia provincia..
Ogni cliente un sistema differente, ogni ufficio una configurazione differente, un delirio e i problemi principali erano le stampanti!Io che ho sempre odiato le stampanti!
Cominciai a fare dei corsi online per capire il funzionamento, cavolo! semplice!  Stampare un foglio è come fare una pizza (cioè?)
Pian piano i clienti dell’azienda diventarono più importanti e l’azienda mi spostava di regione in regione a risolvere problemi più o meno gravi.
Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Unicredit, Cariparma, Ministero della Salute, Carabinieri, Enel questi erano i miei principali clienti, ma anche H&M, il gruppo UPIM, Electrolux, alcune infrastrutture di Comuni e altri appalti privati di basso impatto.
Nel corso di questi anni riuscii a trovare un equilibrio tra me e la mia voglia di conoscenza perché in ogni cliente trovai una sfida: insomma risolvere i problemi mi piaceva e mi gratificava!
Questo equilibrio portò anche a riprendere in mano la mia passione per le due ruote che avevo abbandonato per dedicarmi a una carriera non molto soddisfacente.
Dopo una serie di ragazze, alcune con seri problemi psichici, conobbi Vale e conobbi la sua grande passione per i viaggi.
Un giorno tra un cliente e l’altro passai in un concessionario di Ancona, vidi una Buell usata me ne innamorai. Il giorno dopo passai in banca e corsi al concessionario per farla mia!
Purtroppo qualcuno, proprio quella mattina, aveva già comprato quella moto.
Non soddisfatto e con l’amaro in bocca feci un giro dell’usato, me ne stavo per andare ma vidi nascosta in uno corridoio di passaggio una moto gialla…
Chiesi al rivenditore,che ormai non mi calcolava più per il tempo che gli avevo fatto perdere, se fosse in vendita. Lui mi rispose che era entrata un ora prima  e non sapeva nemmeno che prezzo farmi.
Montai sopra la moto e rimasi stupefatto, una moto così alta e grande dove riesco a toccare bene i piedi e così comoda?
Costrinsi il concessionario a farmi un prezzo e lui dopo una ricerca online mi disse una cifra che rientrava nel mio budget. Così la comprai. Sì ma che moto era??
La settimana dopo ero in sella e cominciarono i primi viaggetti nelle marche.
Il primo viaggio iniziò senza organizzazione: era un venerdì, all’ora di pranzo, ero al porto di Ancona, guardavo le navi e scrissi a Vale di getto: «controlla gli orari dei traghetti che partono dopo le 18:00 verso la Croazia».Lo fece senza chiedermi il perché.
Il destino volle che ce ne fosse uno che partiva alle 20:00, proposi a Vale di preparare la tuta da moto, una piccola valigia e il costume dato che avremmo preso quella nave per fare un weekend in moto in Croazia.
Nel giro di qualche ora finii di lavorare, andai a casa, presi la tenda e alcuni vestiti, caricai tutto in moto, passai a prendere Vale e ci imbarcammo.
Fu un’emozione unica!
Viaggiare in moto in altri confini mi aprì la mente e mi regalò un’energia e una voglia d’avventura che mai fino a quel momento avrei creduto di avere.
Quello fu il primo di una serie di viaggi in moto in Europa.

Arrivò Novembre. Quell’inverno ci fu il terremoto che colpii Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio.  Con Vale, di ritorno da un evento di beneficenza per gli ospiti di un Campeggio a Numana, in una curva l’asfalto viscido fece partire il posteriore della moto, riuscii a sollevare la moto dalla piega ed entrare in orizzontale in un campo che ci fece sbalzare via dalla moto ma attutì la caduta.
La velocità era nei limiti, ma la carambola che fece la moto dopo averci sbalzato via fu molto violenta.
Poco dopo gli amici motociclisti avanti a noi non videro più il faro della moto e tornarono indietro.
Eravamo li nel campo seduti e spaventati a guardare la moto sottosopra, che non si era accasciata, era rimasta capovolta, sottosopra, sotto sopra come era in quel momento i miei sentimenti.
Fortunatamente né io né Vale avevamo riportato danni seri, ma solo qualche livido e tanta paura.

Quell’evento,seppur accaduto diverse volte in giovane età e con altri mezzi, mi fece riflettere.
Poco dopo aprii il blog PocaAderenza, dove volevo raccogliere le mie esperienze motociclistiche.
Il nome PocaAderenza nasce proprio da quella caduta, dalla curva affrontata centinaia di volte ma che alla 501esima ti nasconde l’imprevisto. PocaAderenza è un monito ricco di passione, perché anche se tutto sotto di noi sembra farci scivolare via, bisogna aggrapparsi e tentare di trovare l’equilibrio giusto per riprendere la spinta. PocaAderenza è anche la sfida verso se stessi, lasciare l’aderenza dell’asfalto e le certezze dei tornanti ed entrare in una strada non battuta, mettere le ruote sulla neve, sul ghiaccio, nella sabbia, tuffarsi con tutta la moto in un fiume dove non si vede il fondale e puntare l’obbiettivo di arrivare nell’altra sponda, partite per un viaggio con la fame di viaggiare affrontando gli imprevisti come un corso di vita e tornare a casa di volta in volta sempre con un bagaglio culturale, personale ed emotivo più ricco, ma mai con la saccenteria di aver osato più degli altri, perché la 501° volta è sempre lì che ci aspetta.
Ora, con la mia F650Gs Dakar Monocilindrica, con la quale i colleghi motociclisti non avrebbero scommesso che sarei riuscito a superare Rimini, ho affrontato viaggi e visto nazioni di tutta l’Europa e spero di continuare a viaggiare con la “fame” di viaggio che mi ha spinto fin ora.

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